De Fini honestate
[bozza]
Che dire del presidente della Camera Fini? Poco, ma molto male.
Una strategia decisamente suicida, la sua, certamente spinta e pompata dal suo (oramai) acerrimo nemico: Silvio Berlusconi.
Ripercorrendo gli articoli de il Giornale e di Libero è da circa un anno che minaccia Fini sull’emersione di certi “dossier” sul suo conto. In realtà, Feltri, nei suoi articoli accenna a dossier artefatti, lasciando intendere una certa veritabilità oggettivabile (leggi: mistificazione dei fatti).
Senza divagare troppo, la strategia di Fini è stata quella di professare la più completa estraneità ai fatti, non potendo certo sospettare che qualcuno gli avrebbe messo alle costole persino i servizi “segreti” (anche se il loro agire è di pubblico dominio) per farlo cadere in contraddizione.
Ipotesi di reato
Se anche Fini risultasse coinvolto nell’affare della casa di Montecarlo, certo non si potrebbe profilare un ipotesi di reato di interesse pubblico. Semmai la dirigenza dell’ex movimento Alleanza Nazionale, che avrebbe ricevuto in eredità il “celebre” (da pochi giorni) appartamento potrebbe attivarsi per accertare le responsabilità patrimoniali del Presidente della Camera (che, Presidente però, all’epoca dei fatti, non era ancora). Trattasi di incauta vendita, o magari di frode o malafede, ma certo è che non sarebbe un reato di rilevanza pubblica, quali, ad esempio, la concussione o il peculato.
In gioco la credibilità
Di Fini come uomo politico: per professare la giustizia, ahinoi, bisogna essere immacolati. Non vale il principio della rilevanza, per cui un piccolo reato potrebbe venire tollerato: la tolleranza zero è il prezzo che si deve pagare quando ci si vuole erigere a paladino della giustizia. Basta poco: un evento passato, uno scheletrino nell’armadio, un qualsiasi evento e tutto il messaggio e la reputazione crollano come un castello di carta.
Una possibile strategia: la confessione
Al posto di Fini, e a freddo, bisogna riconoscere che sarebbe parso più opportuno professarsi colpevole, anche qualora si fosse innocenti.
Fini avrebbe potuto confessare un proprio coinvolgimento, anche laddove non ci fosse stato o il suo ruolo fosse stato poco chiaro: sarebbe stato denunciato, la magistratura avrebbe indagato e si sarebbe avviato un processo. Se fosse stato innocente, le prove lo avrebbero scagionato e l’accusa (e anche la confessione iniziale) sarebbero cadute di fronte all’esigenza.
Mentre i giornali del rivale Berlusconi si sarebbero scagliati fin da subito (alla faccia del garantismo) contro il Presidente predicatore pretendendone le dimissioni (sempre chiederle e mai darle), Fini avrebbe così potuto proteggere la propria famiglia. Una volta dichiarato innocente perché il fatto non sussiste (badate: non prosciolto per prescrizione), Fini avrebbe avuto gioco facile nel sostenere il favore di una magistratura che avrebbe svolto il proprio dovere, senza mostrarsi sovversiva verso il governo in carica legittimamente eletto dal popolo.
Un giudice che scagiona, a fronte delle indagini svolte dalla magistratura, sarebbe stato incociliabile con la definizione di “toghe rosse polticizzate” e lo scacco al premier sarebbe stato evidente.