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[Bozza soggetta a revisione non destinata alla pubblicazione]
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E’ opinione condivisa che in un mercato efficiente i prezzi incorporino tutte le informazioni disponibili. Questo è vero solo in teoria poiché, da sempre, la pratica ha mostrato (se non dimostrato) il contrario.
Vero è anche che il mercato efficiente presuppone che si verifichi il presupposto di ogni ragionamento in materia economica: che l’investitore sia, cioè, razionale. Ipotesi che si contrappone al “panic selling”, formula anglofona per indicare quel comportamento di mercato irrazionale per eccellenza. Gli effetti sono a tutti ormai noti: le borse crollano, un po’ ovunque, senza eccezione (link qui).
Il costo delle perdite viene riportato dal mercato: 14’300 miliardi di dollari in un anno, quasi l’intero PIL degli stati uniti (link qui). Lo stesso mercato un tempo principe dell’allocazione dei capitale, ora diventa sinonimo di odio e paura. Ha “vinto” chi ha perso per primo: cioè coloro che ai primi segnali di crisi hanno scelto di vendere e di liquidare. A pari quantità di titoli il controvalore monetario è a malapena sopra il 50% (anche se in molti casi si possono riacquistare i vecchi titoli al 20/30% del valore originario).
Tra un po’ verrà ammutolito l’FMI
Sarà certamente una delle prossime misure dei piani anticrisi: ogni notizia proveniente dall’FMI è nefasta e alimenta la sfiducia di consumatori, imprese e investitori. Le ultime news vedono imminente il collasso del sistema finanziario globale (link qui e qui). Quest’annuncio mette a dura prova il piano prodotto dal G7 riunitosi ieri (link qui).
La prova, quella vera, è fissata per domattina: tra le 9 e le 16. In quel varco temporale si saprà la reazione delle borse asiatiche, europee e l’apertura di wall street.
Quell’anomalia, bizzarra ed evidente, risolta con lo shopping finanziario
La situazione dell’ultimo bimestre è certamente anomala: ogni volta che viene annunciato il varo di un programma “salvacrisi” il mercato crolla. La spiegazione è da ricercare nelle “aspettative” degli investitori. Quei piani non funzioneranno e per diverse ragioni.
Già da tempo si segnalava come nessuno dei piani finora proposti preveda l’azzeramento dei vertici. Il ricambio è il primo segnale di cambiamento, in ogni situazione di crisi: chi ha comandato fino ad oggi se ne va a casa. Al suo posto, figure nuove, mai viste, cervelli freschi e spalle giovani. Il mix vincente, in ogni caso.
Perchè la crisi è nuova, sia per dimensioni, sia per paesi coinvolti, sia per cause ed effetti. Nuove devono essere le soluzioni: le vendite in massa sul mercato si spiegano con due ragioni di fondo. La prima è la più conosciuta: la paura, il panico. La seconda ragione è meno battuta: se il modello di valutazione entra in crisi, si sbaglia ad attribuire i prezzi. Se il prezzo appare incerto, allora la soluzione è vendere e fare cassa in attesa di tempi migliori e prezzi più “sicuri”, che la volatilità attuale non può garantire.
La soluzione promossa da molti è consentire ai governi di acquistare azioni delle banche per “calmierare” la caduta dei prezzi: il tutto secondo lo stile classico, del paracadute statale quando la borsa impazzisce .
Il segretario del Tesoro USA ha finalmente fatto marcia indietro sul suo stesso piano, in precedenza approvato dal Congresso. Verrebbe da dire che si è sprecato tempo prezioso, perchè si sapeva da tempo che quel piano non avrebbe mai funzioato, non fosse altro perchè non piaceva proprio a nessuno. 33 giorni buttati nel vuoto (link qui).
Perchè Ricapitalizzare le banche
Come si è visto, le banche non hanno soldi, questo è il primo segnale della crisi. Diventa, quindi, necessario ricapitallizzare per dar loro il modo di stabilizzare i flussi finanziari e garantire che tutto il sistema produttivo stia in piedi.
Una banca raccoglie capitali dal pubblico (sotto forma di depositi e obbligazioni) e lo “impiega” finanziando altre attività. Sono finanziamenti leciti, quando la banca segue i suoi programmi ordinari (le c.d. operations) e concede mutui ai cittadini e capitali alle imprese. Così il sistema produttivo funziona e si crea benessere diffuso. Attualmente le banche hanno visto il valore dei propri investimenti crollare.
Le banche hanno, a differenza delle imprese, una soglia di capitale minimo (c.d. patrimonializzazione) che devono tenere “liquido” per le esigenze di cassa. Il capitale minimo è fissato in base a modelli statistici ed è valido “in condizioni di normalità”, cioè quando la probabilità e la statistica riescono a prevedere i rischi associati agli investimenti e a stimare la domanda di capitale da soddisfare.
A volte capita che una banca si trovi nella necessità di “fare cassa” per far fronte a domande impreviste di flussi di capitali (in genere restituzioni) e a questo servono riserve della banca d’italia (volutamente minuscolo) e i “prestiti” di altre istituzioni finanziarie. Soldi parcheggiati quindi, minimamente remunerati che come un “fondo d’emergenza” vengono attivati solo in caso di necessità.
In tutti gli altri casi, quindi, una banca per fare cassa ha diverse possibilità: far “rientrare” immediatamente gli “scoperti” di conto corrente, ritirare i mutui e altre erogazioni a cittadini e imprese oppure “vendere” sul mercato parte dei loro assets (cioè gli impieghi finanziari, l’attivo del loro stato patrimoniale).
Sempre in condizioni “normali” una banca può vendere immobili, partecipazioni azionarie etc.
Al giorno d’oggi una banca che, per patrimonializzarsi (cioè aumentare il capitale di rischio a copertura degli investimenti) dovesse vendere una parte dell’attivo si troverebbe a registrare perdite a bilancio, tali da compromettere la ricapitalizzazione stessa. Un po’ quello che avveniva per UBS, in Svizzera, quando svalutavano gli investimenti in subprime e derivati. All’epoca erano problemi degli investitori più sconsiderati (i “banditi” della finanza) mentre ora il problema è certamente più diffuso.
I governi devono quindi iniettare denaro nelle banche per supplire ai loro bisogni di capitali senza obbligarle a vendere i propri assets. Si tratta di una misura “giusta” e sana in questo momento perchè permette di contenere i crolli.
I problemi
Sono molteplici.
- In primis un governo in un sistema di “libero” mercato non è “padrone” dei propri fondi ma li amministra per creare benessere ai propri cittadini. Il popolo sovrano è anche proprietario dei fondi dei governi dei cui impieghi dovrebbe beneficiarne. Questo non accade in nessun piano di salvataggio promosso dai governi. E’ risaputo, ormai, che i vertici delle banche conducevano vita agiata nel lusso più sfrenato, spendendo e scialacquando i capitali degli investitori anche in momenti di crisi. Perchè mai, ci si chiede, dovremmo ora usare i fondi pubblici per salvare questi soggetti?
- Se il governo immette dei soldi in determinati istituti finanziari, poi sarebbe bene che dicesse anche come intende riprederseli, una volta usciti dalla crisi. Anche questo è un punto poco chiaro dei piani di salvataggio.
- Tutti i sistemi economici globali si basano fondamentalmente su poche equazioni, tra le quali quella di Phillips (vd. curva di), secondo la quale, “un’inflazione controllata, è generalmente accettata, per il mantenimento dei vincoli occupazionali”. Vale a dire: è necessaria l’inflazione per dare lavoro ai cittadini. Ridurre l’inflazione è ammissibile solo al prezzo di aumentare la disoccupazione. La cifra stratosferica immessa nei mesi scorsi dalle banche centrali avrà come effetto la destabilizzazione dell’inflazione che finirà fuori controllo. Riportare l’inflazione sotto controllo imporrà un incremento della disoccupazione. Siamo disponibili ad accettae tutto questo?
- Il governo immette flussi considerevoli negli istituti in difficoltà, ma come pensa di riceverne benefici? Una banca in difficoltà genera perdite, fiscalmente deducibili (generalmente in 5 anni). Questo significa che, a patto che gli istituti si riprendano e smettano di sperperare fondi, comunque per 5 anni non ripagheranno i governi dei benefici ricevuti. Misure a tampone ora obbligano a pensare a recuperi di lungo termine. Recuperi forse non sostenibili, a patto di ingenti tagli alla spesa pubblica, al welfare, o a danni dei cittadini stessi obbligati a pagare più tasse. Anche su questo punto, non mi sembra che i cittadini possano sentirsi rassicurati.
- Perchè dover comunque prevedere delle clausole che salvino i manager? Non è più giusto, invece, imporre che chi ha sbagliato paghi immediatamente? Anche se è difficile stabilire con certezza le responsabilità è davvero questo il caso di essere meno garantisti. Per lo meno coi principali responsabili (banchieri e top managers delle imprese e banche più coinvolte) per dare un segnale forte ai mercati. Un monito per i futuri “banditi” e un segnale di “certezza, giustizia e pena” a quelli attuali.
Un suggerimento a legislatori e governi
Ok, ben venga la diagnosi di un problema ma non poniamo solo domande: ecco alcuni spunti di riflessione.
- Il governo non conceda denaro a “prima chiamata”. Valuti bene i più meritevoli (rapporto costi/benefici, qualità degli assets, valutazione sommaria dell’operato del management) e li conceda a “prestito” oppure investendo. In tal modo, potrà recuperare il proprio investimento in forma di dividendi e capital gain.
- La giustizia non sia clemente, né garantista. Gli avvocati in questi casi fanno affari d’oro. Ci si adoperi perché questo non succeda: si punisca chi ha sbagliato (e non è poi così difficile scovare un lupo, per quanto ingrigito e mimetizzato tra gli agnelli).
- Si aboliscano le stock option. La crisi è stata creata sul mercato e dal mercato stesso. Nessuno, di questi tempi, dovrebbe esser messo in condizione di trarre benefici, anche potenziali, da una ripresa dei corsi azionari. Chi ha lucrato per decenni ora si mostri responsabile e restituisca il mal tolto.
- Si rafforzino le autorità di vigilanza e controllo, non a parole o in parte, ad esempio potenziandone solo alcuni compiti o rendendone più gravosi gli incarichi ma si dotino questi soggetti di particolari poteri ispettivi e preventivi volti ad essere un deterrente per comportamenti poco virtuosi.
- Si favorisca un sistema più globale per fronteggiare le crisi e il controllo sui mercati. Tutti i paesi saranno coinvolti e rovinati da questa crisi. Alcuni direttamente, come America ed Europa. Altri indirettamente, come i c.d. paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) in termini di deflusso di capitali e mancati investimenti. E’ bene allora che alle misure partecipino tutti come contributo, materiale e intellettuale, e tutti vengano ammessi a parteciparne ai benefici. Non solo: si crei dunque una “Super SEC” che abbia in mano tutte le transazioni nel mondo (una sorta di FMI/BIS allargati) e possa “agevolmente” (e in maniera ramificata) intervenire a sanare posizioni a rischio, prima che scoppino le crisi.
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Battaglie navali e radio francesi
Guerra tra Islanda e Regno Unito (link qui). E una nota di commento personale. Non so quali radio francesi possa ascoltare Silvio. Né se davvero conosca il francese, lo sappia capire o se durante il Consiglio dei Ministri ascolti radio invece di risolvere i problemi della gente. Si è già mostrato per quello che è: un incapace. Perché oggi più che mai ci accorgiamo come del “grande” imprenditore restino solo le briciole: visto che nel ’94 le sue imprese stavano fallendo e sono state salvate da altre persone, dopo la sua uscita.
Quindi ora, se proprio non vuole dimettersi, come sarebbe anche il caso, veda almeno di stare zitto. Se lui non tiene a salvare la faccia, davanti agli italiani, beh, tenga almeno presente che gli italiani la vogliono salvare almeno davanti al resto del mondo.