A proposito del vitalizio parlamentare
Un bel post si piovomo rane (link qui) richiama la simpatica (si fa per dire) uscita dell’ex ministro Melandri.
Il Ministro (semel minister, semper minister) rivendica il “diritto” del parlamentare a ricevere un vitalizio a 50 anni (a fronte dei minimi 70 anni di contributi imposti ai contribuenti) a fronte delle “rinunce” fatte nella vita per dedicarsi alla politica. Da tenere a mente, che Giovannina è in politica da quasi 18 anni.
È sacrosanto che l’attività politica sia remunerata e che un politico possa mantenersi degnamente non svolgendo altro lavoro, ma non per privilegio: quanto per dedicarsi interamente (e per un periodo limitato) al servizio del Paese.
Non è necessaria la politica per professione ma non si può negare come ci sia un profondo trade-off tra ricambio generazionale ed esperienza. La macchina parlamentare – ma la politica, più in generale – ha innegabilmente dei meccanismi che vanno appresi, anche solo per essere cambiati. Impararli richiede tempo, e politici al primo mandato potrebbero non essere dei legislatori “efficaci”. Politici troppo “anziani”, viceversa, sarebbero arroccati sui loro privilegi, come si è visto, nella pratica, in Italia.
Allora cambiamo il sistema, dal profondo. Mettiamo un limite di reddito al parlamentare, a una cifra che supponiamo congrua: fossero anche 10 mila euro al mese. Lo Stato garantisce quella cifra pro quota nel rispetto di adempimenti formali (es. presenza in aula, partecipazioni a missioni e a commissioni). Un parlamentare è libero di esercitare un’altra professione ma più guadagna da quella e meno è la remunerazione che riceve dal pubblico. Un sistema complesso, ma equo. Con controlli severi (a pena di decadenza) per i deputati che lavorano, o fanno lavorare, in “nero”.
Non serve poi un vitalizio. Casi come Alfonso (dei Vedi, googlate pure o cercate qui) sono uno schiaffo alla decenza. Si preveda un giusto ristoro, proporzionale alle legislature cui si è partecipato. Se per dieci anni rinunci alla tua attività professionale sostieni un costo diretto (da mancati guadagni) – colmato con l’appannaggio parlamentare – e un costo opportunità (per la mancata crescita professionale): solo su questo secondo dovrebbe intervenire un sussidio di modesta entità e finalizzato al reinserimento nel circuito lavorativo. Sussidio che non viene erogato se il reinserimento avviene all’interno del pubblico impiego, in una qualsiasi posizione.
Non è più il tempo dei pensionati eccellenti a spese dei contribuenti: non davanti a un Paese agonizzante e a cittadini depredati per colpa dei propri “rappresentanti”.
Una domanda: ma com’è che davanti a ogni proposta, la si frena eccependo che altrimenti i parlamentari si dedicherebbero ad “altro” (alla rielezione, ai fatti propri, a trarre indebiti benefici dalle proprie cariche, a farsi eleggere nei vari consigli di amministrazione)? è davvero questo il rischio? Non è quello che – nostro malgrado – già avviene e bisogna invece risolvere?
Un altro pensiero, ribadisco: riconosciamo ai politici un emolumento fisso, modesto, e una cospicua parte variabile pagata in titoli di Stato a scadenza nel medio termine (5 – 10 anni). Così dovranno per forza tenere in ordine i conti pubblici e puntare alla crescita di lungo periodo.


